Bertossi: “voglio le pattuglie dell’esercito”

Tra le cose strane che oggi Bertossi dice al Messaggero Veneto, c’è che in una città “degradata” (così dice) come Udine, oltre alla polizia e alla Municipale, lui chiederà al Prefetto la presenza delle pattuglie dell’Esercito.

Non penso che gliele concederanno, a Udine.
Una cosa è il decoro, l’ordine, il recupero della “tranquillità” persa negli ultimi anni a causa della crisi che ha colpito anche gli udinesi, anche per l’emergenza profughi che ha messo in crisi la quotidianità degli udinesi, una cosa è terrorizzare i cittadini con la necessità dell’esercito. 


Si vede che il “moderato” Bertossi ha il problema di accattivarsi la Lega Nord. Nel linguaggio e nel metodo. Mi pare questo il tema politico della destra di Udine per le prossime settimane.

Candidato a sindaco

Il Partito Democratico di Udine ha scelto di propormi come candidato a sindaco di Udine. Ritiene che possa essere la migliore scelta. Dopo aver fatto il vice sindaco per 10 anni e negli ultimi 5 il consigliere regionale, ho voglia di farlo, di misurarmi con il futuro della città che conosco bene. Non ho paracadute politici, non futuri vitalizi, non laute pensioni, semmai un lavoro da impiegato presso aziende e società che sono pronte a riprendermi presso di loro, se non ci riuscissi.

Lo faccio perché ho la maturità, le energie e le idee per poterlo fare. Ho sempre fatto così. A mio rischio e pericolo. È chiaro che da solo non è immaginabile di porte raggiungere l’obiettivo, ci vuole un grande gruppo di lavoro, ci vuole la collaborazione delle forze politiche e civili, dei cittadini che possano riconoscermi come loro riferimento di valori.

Non voglio fare il fuoriclasse in campo, ma il capitano o l’allenatore di una grande squadra

Per questo i miei riferimenti ideali forse sono più da ricercare in grandi allenatori come Velasco oppure Bearzot. O figure come Tessitori, Fortuna, Rosina Cantoni, Baracetti (che ho avuto la fortuna di frequentare personalmente) sono esempi, figli di questa terra e

capaci di coniugare la migliore originalità del Friuli, della città di Udine e lo sguardo fisso al senso comune e allo slancio verso il futuro migliore.

Quello che mi sono sentito dire da molti udinesi che incontro e ho incontrato nell’ultimo anno, dedicato a capire se questa idea di poter candidarmi a fare il sindaco poteva aver gambe, è la richiesta di ascoltare i cittadini, di averci un rapporto alla pari, tra persone normali, ognuno con le proprie competenze, ma rivolti allo stesso obbiettivo: continuare a fare di Udine una città dove si vive bene. Costa fatica e lavoro, ma proprio questo mi piace e so fare: lavorare, sudarsi le cose buone da conquistarsi. È lo spirito di questa terra, la mia, di cui vado orgoglioso.
I cittadini di Udine cercano un rapporto esclusivo con i loro amministratori: esclusivo e diretto. Io voglio occuparmi esclusivamente di Udine.
Questo andrò a dire incontrando le forze politiche e civili della nostra città, per costruire un progetto forte e condiviso per il futuro immediato e concreto per gli udinesi.
Insieme a loro troveremo il miglior modo per far partecipare i cittadini al percorso che porterà all’elezione del nuovo sindaco di Udine.

 

Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire (Voltaire)

Fra le varie occasioni di incontro che si possono creare, trovare la forza di uscire dalla cosiddetta “comfort zone” e lanciarsi in un confronto con chi la pensa in maniera diversa, quasi su tutto, è un esercizio oltre che stimolante anche particolarmente utile per mettere in discussione anche il lavoro fatto.

L’iniziativa di ieri con Cecotti è stato uno di quei momenti e sono contento si sia tenuto all’interno della festa del Partito Democratico di Udine, casa mia certo, ma aperta a tutti senza preclusioni e veti su nessun tema. Non entrerò in maniera diffusa sui contenuti della chiacchierata ma ciò che mi preme evidenziare è come si siano affrontati temi importanti di questa regione, di politica generale, di Udine con stima reciproca e in un clima non di tifoserie opposte ma di rispetto reciproco per chi arriva da percorsi diversi.

E’ stato un bel momento all’interno di una due giorni di racconto del percorso fatto finora a livello comunale e regionale, con due focus specifici sul tema immigrazione e sul ruolo economico di Udine.

Una bella pagina di confronto politico su temi anche non semplici che abbiamo affrontato senza paura.

La stabilizzazione dei precari della Pubblica Amministrazione: un doveroso obiettivo della politica locale e nazionale

Penso che uno dei modi per dare concreta attuazione all’articolo 35 della nostra Costituzione sia la stabilizzazione dei posi di lavoro precari.
Si tratta di un obiettivo doveroso, che la politica locale e nazionale non può e non deve ignorare.Si tratta di un fine che, se raggiunto, ha ricadute pratiche importanti sia sul piano della tutela della dignità del lavoratore, sia a livello micro e macroeconomico.
È per questo che sono particolarmente orgoglioso del fatto che il provvedimento volto a stabilizzare i precari della Pubblica Amministrazione, da me firmato assieme al consigliere Pietro Paviotti, sia stato approvato, la scorsa settimana, dal Consiglio Regionale.
Il raggiungimento di questo obiettivo consentirà, nel biennio 2018-2020, alle UTI e agli enti locali del Friuli Venezia Giulia di stabilizzare i propri dipendenti precari.Il tutto, chiaramente, nei limiti del vincolo di bilancio, un altro “contrappeso” costituzionale che da qualche anno a questa parte deve essere pienamente considerato dal bilancino di giudici e legislatore.
L’emendamento proposto e approvato aggiunge due rilevanti novità alla riforma Madia.
In primo luogo, infatti, si prevede che il computo dei tre anni di lavoro precario necessari per la stabilizzazione sia possibile fino al 2018. In secondo luogo, i periodi lavorativi rilevanti al fine del computo di cui sopra potranno essere maturati negli otto anni precedenti la scadenza, anche non consecutivamente.
Dietro ai numeri, i valori: se l’uomo, molto spesso, si identifica (anche e soprattutto) in ciò che fa, in ciò che crea nella vita quotidiana, la politica deve fare tutto il necessario per evitargli un’esistenza “in bilico”.
Mai come in questo caso la stabilità del singolo diventa sinonimo di stabilità del sistema.

L’apologia di reato è più attuale che mai

Che esistano i fascisti è un fatto. Non ricordo chi, ma andrò a ristudiare la cosa, disse che il Fascismo non fu un movimento politico, ma un modo di concepire la società e che si materializzò in un regime nel “ventennio” in Italia. Quindi non c’è il fascismo, ma i fascismi.
Per questo “L’apologia di reato” esiste ed è meglio continui a esistere. I fascisti continueranno a esserci (ahimè) per cui è meglio non dimenticare che i regimi vanno sempre combattuti e “prevenuti”. C’è poco da ridere, perché altrimenti anche inneggiare allo “sterminio” potrebbe far parte della presunta “libertà di espressione” che sento sbandierare a difesa di un mentecatto che inneggia a una spiaggia “fascista”. Tra l’altro ostentando un palese “me ne frego” rivolto alle leggi del suo (?) Paese.
Detto questo, ed è quello che penso io, per carità, il lato oscuro della faccenda mi pare stia nel fatto che ci sono i rappresentanti di un movimento politico che si definisce né di destra, né di sinistra, cioè senza storia e senza passato, tutto presente e futuro, che dicono: no all’apologia di reato perché si nega la libertà (probabilmente per giustificare il fatto di essere né di destra, né di sinistra).
Se c’è un lato buio in quello che chiamiamo “populismo”, è proprio la negazione della storia e del passato appunto. Tutto nuovo, niente come prima, fino a negare la storia, la nostra storia, in ultima analisi la nostra identità, nel bene e nel male. Ecco servito il piatto per un futuro fatto di una certezza inquietante: non importa chi siamo o chi siamo stati, l’importante è essere diversi, fino a negare la storia e a definirsi per questo “rivoluzionari”. Film già visto. In Italia, quindi, mi pare che l’apologia di reato sia più attuale che mai.

Il Porto di Trieste e il nuovo ruolo del Friuli

Il porto franco di Trieste è una novità di tale forza (epocale) per il nostro territorio, talmente rilevante, da essere una pagina di svolta per l’intero sistema economico e sociale in Friuli Venezia Giulia. Il Friuli non può che salutare con grande soddisfazione il risultato sul porto di Trieste, perché le conseguenze in termini di relazioni internazionali, domanda di nuove professionalità, di maestranze, di manager coinvolgerà tutti in una nuova bella avventura. Per altro, la linea che Tessitori, settant’anni fa, e gli altri avveduti autonomisti avevano auspicato e cioè che la natura della nostra regione è per vocazione portatrice di pace con gli Stati limitrofi, oggi diremmo portatrice di progresso e sviluppo nell’Europa delle Regioni, pare trovare conferma in una occasione come questa.
Non ho parlato con Agrusti o con i rappresentanti del mondo economico pordenonese,certo che se la “strategia” fosse: alleiamoci con Treviso e Trieste e chi se ne frega di Udine, la riterrei una sciocchezza, ma son sicuro che chi si occupa di sviluppo e progresso non può ragionare per “confini”, né per schemi che forse in passato hanno avuto senso, ma che oggi sarebbero asfaltati dalla globalizzazione e dall’internazionalizzazione. Internazionalizzazione che è, senza dubbio, la forza, la riconosciuta capacità di stare sul Mercato dei friulani. Tutti.
Rimango, per altro, convinto che l’Istituzione Friuli Venezia Giulia rimanga concreto strumento nell’Europa delle regioni e mezzo per favorire l’affermazione delle migliore qualità dell’economia friulana.
Al di là delle legittime singole considerazioni, un “sistema” economico come quello del nostro territorio non può sopravvivere l’uno senza l’altro, se mai il tema è come migliorare la rete delle relazioni industriali in Friuli.
Sono convinto che Udine e il suo territorio sia una “cerniera” ideale delle tante esperienze ed esigenze del policentrico Friuli. Ma il “dibessoi” come ripete da tempo e giustamente il presidente Da Pozzo, non può essere la chiave di qualsivoglia autonomia, che significa che nessuno di noi vecchi e nuovi politici, può usare la diffidenza o la supposta superiorità per concludere sul da farsi. Una nuova classe dirigente politica ed economica, non sfugge da queste regole e il Friuli ha donne e uomini all’altezza della situazione. È indispensabile creare e sostenere un “motore “di nuove relazioni, di nuova capacità di “governance” che a partire da Udine e insieme agli altri, possa proporre nuove soluzioni per guardare a un futuro che ritorni a dare opportunità alla nostra società. Le condizioni ci sono purché né il pregiudizio, né la superficialità prendano il sopravvento.
Oramai dobbiamo pensare a città territorio, a territori “motori cognitivi” come si dice oggi, motori organizzati dello sviluppo, secondo le indicazioni che ci vengono dall’Europa delle città e delle regioni.
Il Friuli ha puntato su imprese sempre più ad alto tasso di redditività e a reti di istituzioni in cui cultura di alto rango e Innovazione sono i fari illuminanti. Con una provocazione direi che invece di guardare all’immediato ovest, all’immediato Veneto guaderei al nord e a all’est. E per questo è necessario cambiare i modelli di “governance”, cioè il “chi” è il “come” si governano i processi, in particolare nei servizi all’economia.
Il Friuli può riuscirci ma ci vuole uno sforzo di cultura del territorio rinnovata. Anche perché se c’è la novità del porto di Trieste, c’è da organizzare il Friuli, anche in quella direzione, incrociando le nuove opportunità dal mare, ai nuovi flussi con il centro Europa con la quale il Friuli ha già i suoi originali rapporti.

La bicicletta con le ruote quadrate

Mi ha colpito molto una delle tracce di maturità per lo scientifico.
Secondo quanto riportato da sito TGCOM 24, il tema riguarda la possibilità di pedalare su una bicicletta con le ruote quadrate e ricorda che “a New York, al MoMath-Museum of Mathematics, si può fare, in uno dei padiglioni dedicati al divertimento matematico. É però necessario che il profilo della pedana su cui il lato della ruota può scorrere soddisfi alcuni requisiti”.
Ho trovato questa traccia una metafora piena di ironia in modo quasi fastidioso. Un po’ come se, in un mondo che utilizza la ruota a raggi da ormai 4 000 anni, si chiedesse, ai giovani di oggi, di fare il quadruplo della fatica pedalando su ruote quadrate, neanche fossero fatte con i mattoncini della lego.
Gran bella fregatura. Tant’è. Questa è la realtà di oggi. Non lo scopro io, né si può chiudere gli occhi su uno scenario che da reale non può e non deve diventare normale.
Il tutto sarebbe avvilente, un quesito irrisolvibile se non si leggesse la seconda parte della domanda, quella che, come in tutti i problemi scolastici che si rispettino, contiene la soluzione.
La pedana. Quella che “deve soddisfare alcuni requisiti”. La pedana, fuor di metafora, dovrebbe essere la politica. Una politica che non ti dice “hai voluto la bicicletta, ora pedala!” ignorando la tua replica “si, grazie, ma con le ruote quadrate come la mettiamo?”.
Una politica che, consapevole della realtà, fornisce gli strumenti a chi ha voglia di mettersi in gioco.
Anni fa qualcuno tacciò i giovani italiani di essere choosy, schizzinosi. Dicendo loro che non devono avere la puzza sotto il naso, devono accettare il lavoro loro offerto anche se non è ben pagato, e poi, una volta dentro il mondo del lavoro, potranno permettersi di guardarsi intorno.
Questa affermazione venne fatta senza tenere cono si due basilari condizioni:
1) Spesso non c’è un lavoro
2) Spesso non c’è neanche un “intorno”
La politica, sia quella locale che quella nazionale, deve creare le condizioni di accesso al lavoro, e, successivamente, deve creare l’“intorno”.
Finanziando le idee, dedicando parte del budget di bilancio alle nuove imprese, creando le condizioni per la costruzione di piste ciclabili adatte a biciclette con le ruote quadrate.
Che non significa che le ruote quadrate torneranno all’improvviso tonde. Ma qualche sforzo, per rendere più agevole il tragitto, si può fare.
Di giovani che hanno voglia di pedalare ce ne sono.
Li ho visti.

Carnera Palasport Udine

Si fa presto a dire sport. A confonderlo con la semplice attività fisica, con il mantenersi in forma. Ma non è tutto qui. Sarebbe riduttivo.
Prendete il Carnera, ad esempio. É da poco stato restituito alla nostra città, tirato a lucido e (chiaramente) più bello di prima. Ha già ospitato i primi bei momenti di sport, come la finale nazionale under 18 eccellenza fra Bologna e Trento. Il prossimo anno sarà la casa dell’APU, e tornerà ad essere lo scenario della passione e del patimento dei tifosi bianconeri.
Dire che è solo sport è riduttivo.
C’è ben altro, dietro.
C’è la passione e l’aspettativa. C’è l’esultanza del tifoso di una vita, che aspettava solo che la Snaidero risorgesse dalle sue ceneri, magari cambiando nome e colori sociali, ma portando le stesse emozioni, forse ancora più belle.
C’è l’urlo di gioia del bambino che è riuscito ad acchiappare la maglietta sparata verso le tribune nell’intervallo.
E l’emozione un po’confusa di chi si affaccia al basket per la prima volta e scopre, magari contro ogni previsione, che gli piace. E pure tanto.
Con il Carnera Udine ritrova molto più di un palazzetto. Ritrova un centro di emozioni.
Godiamoci l’attesa, a breve si riparte.